Spotlight on Fashion Photographer: Massimo Zerno (Italian Version)

 Foto, Viaggi, e Bellezza: Il Mondo di Massimo Zerno
©GayaLynn 2016

Quando parlo con Massimo Zerno o Max come lo chiamo, spesso la mia prima domanda per lui non è “Come stai?” ma “dove sei?”

Se fossi io a rispondere, direi quasi sempre la solita risposta: dieci miglia intorno a casa mia. Invece per lui, la risposta è diversa ogni volta. Spesso in posti lontani: terre esotiche o aspre montagne, per oceani e terre lontane, dall’Europa ai Caraibi, Europa dell’Est, insomma lui è sempre in giro. Nonostante la sua destinazione e il suo lavoro cambino spesso la cosa costante nella sua vita è la sua passione per la fotografia e il suo lavoro come fotografo. Sempre un biglietto di viaggio in mano, lui è stato un fotografo e un esperto nel suo settore di lavoro per molti anni.

Massimo Zerno

Dopo una carriera come fotogiornalista nei posti come Albania, Haiti, Colombia, Cambogia e il Congo, Massimo ha cominciato il suo lavoro nel mondo della moda, e piano piano ha cominciato a sviluppare un curriculum vitae notevole, collaborando con i più grandi nomi della moda come: Moschino, Gucci, Bulgari e Dolce e Gabbana. Il suo lavoro consiste non solo indietro la fotocamera
ma anche davanti. Dirige la produzione delle immagini e fa il marketing di pubblicità, cataloghi e calendari.

Photo from Massimo Zerno

La cosa che mi colpisce di più di quest’uomo è che in genere parla poco del suo lavoro come fotografo, invece, preferisce parlare della vita in generale. Lui ha ben capito che la sua vita è una cosa stupenda, circondato dai bei posti e bella gente, ma a lui piace parlare di cose semplici e parla poco di se: chiede spesso del mio lavoro o racconta di una festa magica, dei colori di mare. Insomma, la bellezza della vita. Con gli occhi di un fotografo, tutto sembra diventare più bello.

Benché la sua vita sia certamente molto affascinante, lui rimane sempre un gentiluomo, una persona semplice, dolce e intelligente.

Quando ho chiesto dati per la sua biografia, mi ha risposto tranquillamente comunicandomi le informazioni necessarie, aggiungendo una frase finale che mi ha colpito per la semplicità in cui si
descrive e che rende perfettamente l’idea di come sia Massimo: “Massimo prende le foto, abita su un’isola remota nei carabi, lontano dal suo spotlight, con un Mojito in mano e la sabbia sotto i piedi.”

Come e quando hai incominciato il tuo mestiere di fotografo?
Prima di tutto, vorrei ringraziarti, Gaya. Grazie e te ed a tutti i lettori e le lettrici di Internationally Know per avermi invitato a contribuire a quest’iniziativa. Allora, cominciamo! Ho cominciato a scattare le mie prime fotografie da adolescente. Avevo una macchina fotografica amatoriale: una Olympus compatta con obiettivo zoom integrato, niente di professionale. La caricavo con rullini in bianco e nero e scattavo foto di dettagli, di particolari. Avevo scoperto che lo zoom elettromeccanico aveva un difetto di produzione e che, se lo facevo “confondere”, mi dava come risultato delle immagini con un bel flou. Dato che all’epoca mi ritrovavo sempre senza soldi, compravo spesso dei rullini scaduti: la degradazione dei pigmenti del negativo dava come risultato delle belle immagini con una certa dominante viola o arancione, molto punk! Ed è così che, da questi errori, è nata la mia passione…

Hai lavorato con stiliste/i molto importanti… come mai ti sei buttato dentro al mondo della moda?
Beh, quand’ero un ragazzino, non sapevo neanche cosa fosse, la moda! Sono cresciuto in un quartiere periferico, con i valori della working class. Appena adulto, ho cominciato a lavorare come corrispondente estero per alcune agenzie di stampa: facevo articoli e reportage e passavo la maggior parte del mio tempo a descrivere le “aberrazioni” del nostro mondo moderno.  Dopo tanti anni passati a rincorrere guerre, conflitti ed ingiustizie, ho deciso di cambiare aria. Nel 2006 ho cominciato a scattare per qualche rivista di moda latinoamericana. A partire dal 2008 mi sono dedicato esclusivamente a realizzare le campagne per stilisti e designer. Ed eccomi qua!

Lavori solo con la moda oppure anche in altri settori?
Da una decina d’anni, ormai, collaboro con una serie di organizzazioni (ONG, fondazioni e sindacati) che si dedicano alla formazione professionale dei giornalisti. E, spesso, intervengo come docente universitario nei corsi di laurea e master: cerco di mostrare agli studenti le gioie ed i dolori del mestiere di fotografo. Mi piace rimanere a contatto con dei giovani pieni di creatività e di buone idee. Ma cerco di spiegare loro che non è tutto oro quel che luccica: per fare il fotografo non basta avere un buon “occhio” ed una buona macchina fotografica. Bisogna imparare ad “avvicinarsi” al soggetto. Robert Capa (il celebre fotoreporter e fondatore dell’Agenzia Magnum) diceva che una buona foto dipende dalla “distanza” che esiste tra il fotografo ed il suo soggetto!

So che sei sempre in giro. Parli almeno quattro o cinque lingue? Vivi in posti favolosi.  Quando eri piccolo, hai mai pensato che avresti avuto una vita così bella?
Da piccolo, sognavo di fare il cuoco, altro che fotografo! Ma sin da adolescente, sono stato contagiato dal virus del viaggio. E da certi rituali che gli sono associati: il fare e disfare le valigie o i timbri sul passaporto per esempio. Ho avuto la fortuna di passare tanto tempo in vari paesi d’Europa, Asia, Oceania e America. Ma siccome sono un solitario, mi piacciono i posti fuori dagli schemi. L’Albania, per esempio, la Cambogia o Haiti: sebbene siano paesi associati al conflitto, alla povertà o all’ingiustizia, nascondono una cultura meravigliosa, che varrebbe la pena valorizzare. Peccato che siano vittime di tanti, troppo stereotipi negativi. Per il resto, ho sempre cercato di vivere lì dove trovavo culture accoglienti e gente simpatica!

Sei arrivato a un livello molto alto e sei molto conosciuto per il tuo lavoro. Secondo te, il tuo successo è basato su cosa? Talento, tenacia, fortuna o altro?
Beh, un cocktail dei tre fattori! Ho avuto la fortuna di imparare il mestiere di fotografo ai tempi dell’analogico. Scattavo in bianco e nero, ed ero un patito dei negativi Kodak T400 e TMax 3200. A quei tempi, eravamo in pochi a usare questo tipo di supporti: il fatto che le mie foto fossero un po’ anormali le rendeva… uniche. Devo i miei inizi a quest’anormalità!
Comunque, credo che il fattore chiave dipenda dal fatto che io sia un po’ solitario, elemento che mi ha spinto a proteggere il più possibile la mia privacy ed a stare lontano dai riflettori. Non amo farmi selfies ed il mio profilo su Facebook è praticamente vuoto! Evito di partecipare ad eventi mondani e preferisco sempre che le foto che pubblico non siano firmate. So che si tratta di un’esigenza un po’ strana, ma fortunatamente le agenzie con cui ho lavorato sanno che lo faccio per una buona ragione: continuare ad essere libero!

Che tipo di consiglio daresti a un giovane fotografo, che un giorno, aspirasse a essere come te?
Devo arrossire?! Beh, di sicuro non gli consiglierei mai di essere come me! Prima di tutto, gli consiglierei di dedicare tanto tempo alla sua formazione. Ai miei tempi, nessuna agenzia e nessun giornale esigevano ad un fotografo di avere una laurea e men che meno un master. Oggigiorno, sembra che sia diventata una vera necessità. Comunque, la prima cosa da fare è imparare a usare il materiale fotografico. Bisogna conoscere i pregi ed i difetti della propria macchina fotografica, degli obiettivi, dei flash. Bisogna esser capaci di usare i software di post-produzione (per esempio, Adobe Lightroom o, per i più volenterosi, Photoshop). E poi, bisogna istruirsi: leggere le riviste del settore, analizzare le opere dei grandi autori, visitare musei. Insomma, bisogna diventare un esperto e specializzarsi in uno dei tanti settori della fotografia (viaggio, moda, reportage, natura, architettura, arredamento, sport…). Viaggiare, poi, aiuterà ad acuire quel talento psicologico che è proprio di ogni buon fotografo: capire il soggetto da fotografare per poterlo ritrarre al meglio!

Progetti per il futuro?
Questa è una domanda da un milione di dollari, Gaya! Di progetti ne ho tanti. Prima di tutto, penso di stabilirmi in Asia. Vorrei imparare altre lingue, scrivere un altro libro ed illustrarlo con i miei scatti di viaggio. E, appena avrò un po’ più di tempo libero, dedicarmi ad un’esposizione in cui la poesia e la fotografia possano dialogare. In fondo, si tratta di far incontrare le due muse che più mi hanno ispirato durante questi ultimi anni!

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